Data del post settembre 21, 2018 In Criminologia, headline Con 93 Visualizzazioni

Terrorista o assassino di massa: due violenze a confronto

di Ilaria Severini

I terroristi, protagonisti delle cronache di questi giorni, sono davvero “malati mentali”? O sono uomini che hanno dentro un’aggressività omicidiaria? Qual è il sottile confine tra essere un Mass Murder (assassino di massa) ed essere un terrorista?

Non esiste un’unica causa che trasforma un individuo in Mass Murder piuttosto che in un terrorista, ma ci sono una serie di fattori di tipo biologico, psicologico e socio-ambientale, che facilitano l’insorgenza di questo comportamento e che hanno diversa rilevanza a seconda della persona in relazione alla particolare natura pluriomicidiaria di questi eventi.

Questi gesti criminosi sono espressione di una manifestazione improvvisa, repentina e impulsiva, di “furia distruttiva”, che si presenta di quando in quando nella nostra società e che di certo crea disastrose e ineluttabili conseguenze. Gli omicidi di massa sono caratterizzati da rabbia, ostilità e frustrazioni a volte incontenibili. Esiste una relazione tra lo stato della nostra società e alcune di queste stragi: la collettività, infatti, appare insoddisfatta del proprio modo di vivere ed i rapporti interpersonali spesso sono superficiali. L’individualismo estremo si rapporta ogni giorno con situazioni di dipendenza sociale; la tecnologia ha inondato il nostro modo di vivere quotidiano ed ha espulso dal canale lavorativo molte persone che sono divenute più insicure e deluse del modo in cui la società si proietta verso il futuro.

Il Mass Murder (assassino di massa) uccide o tenta di uccidere diverse persone, contestualmente e nello stesso luogo. Il soggetto non conosce le sue vittime che per lo più sono prese casualmente. In concreto compie una strage, o almeno tenta.

Il Mass Murder dirige la propria aggressività omicidiaria all’esterno verso persone a lui sconosciute, ma individuate in quel momento come soggetti facenti parte di un’istituzione da colpire: la società.  Di solito è colui il quale, entrando in un locale o in un ufficio affollato, inizia a sparare all’impazzata, senza un motivo apparente, uccidendo un gran numero di persone ritenute “nemiche”, convinto di aver subito torti da parte della società in genere. Egli sceglie le vittime identificandole come simboli della collettività da punire e questi sono estranei alle problematiche personali del soggetto. Alla fine della strage spesso si toglie la vita, o è ucciso dalle forze dell’ordine. E’ di solito un paranoico o uno schizofrenico paranoide.

Le stragi perpetrate dal Mass Murder si differenziano da quelle di stampo terroristico: quest’ultime sono, infatti, dettate da motivi estrinseci e non da motivazioni

intrinseche dello stragista, tipicamente non razionali. Quindi ogni qual volta questi massacri hanno una motivazione riscontrabile nel reale, il che non significa giustificabile, e non solo nella psiche del soggetto, non sono riconosciute come stragi effettuate da assassini di massa. Paradossalmente, una strage di guerra fatta per fini personali con motivazioni insite nell’esecutore e non per scopi bellici, comporterebbe la classificazione in un’azione portata avanti da un mass killer.

La scelta di essere un terrorista molto spesso è condizionata da alcune specifiche predisposizioni individuali, legate a cause inerenti alle proprie piccole o grandi vicissitudini infantili, adolescenziali e/o a rapporti interpersonali molte volte traumatizzanti non in senso assoluto, bensì per le particolari sensibilità del singolo, rappresentando spesso un duro colpo al narcisismo con bassa soglia di tolleranza allo stress interpersonale.

Curiosità

Identikit del Mass Murder:

  • Quasi sempre sono di razza bianca
  • Età media superiore ai 25 anni
  • Conduce una vita solitaria
  • Ha avuto un’infanzia infelice
  • Dimostra diffidenza ed incapacità relazionale
  • Necessita di apparire “macho”
  • Ha una passione per le arti marziali, il body building, le attività paramilitari e le armi da fuoco
  • Creazione di un personale capro espiatorio a livello fantastico
  • Spesso affetto da una vera e propria malattia mentale (schizofrenia paranoide, oppure psicosi allucinatoria di tipo uditivo con deliri di grandezza o di persecuzione, distorte idee religiose, comportamento sospettoso, ostile ed aggressivo)
  • Se non affetto da malattia mentale, spesso compaiono palesi disturbi di personalità di tipo paranoicale, in cui si alternano euforia a fasi di depressione. Quest’ultima, peraltro, rappresenta la zona a rischio di ruminazione mentale del crimine, in occasione di eventi stressanti quali per esempio disastri finanziari, lutti penalizzanti, litigi familiari, provvedimenti disciplinari, licenziamenti, ma anche festività come il Natale o la Pasqua

* Profilo di B. Lane e W. Gregg

Quali possono essere le motivazioni degli atti distruttivi del terrorista? Spesso il terrorista è un individuo che dedica se stesso completamente al servizio di idee politiche o che desidera cambiare lo status quo. Però, una delle più marcate caratteristiche del terrorista è di aver aderito ad una dottrina che egli ha sopravvalutato. Per  ragioni strettamente legate al suo intenso indottrinamento (brain-washing), il terrorista vede il suo bersaglio non come un essere umano, bensì come uno strumento (possiamo fare riferimento al concetto di deumanizzazione di Bandura) di cui si può disporre. Come sostenuto da Ferracuti e Bruno, sia il terrorista di destra che quello di sinistra opera in base a stereotipi pregiudiziali.

La dinamica dell’atto terroristico è rinforzata dall’assunto che il terrorista si ritiene superiore, non riesce ad intravedere altra via alternativa al terrore, si percepisce come un paladino del conflitto fra il Bene e il Male e considera le sue vittime come palesemente indesiderabili. I gruppi terroristici hanno spesso un leader carismatico, la cui personalità è coniugata da un misto di tratti narcisistici e paranoici.

I cosiddetti suicide bombers che continuano a uccidere vittime innocenti, sono spinti da odio profondo o hanno perso ogni speranza di una giustizia sociale? Oppure sono delle persone usate da gruppi criminali in seguito ad un brutale e raffinato ricatto? Si vendono per beneficiare poi le loro famiglie sia economicamente, sia per imponderabili e presunte aspirazioni soprannaturali? Oppure sono in definitiva soggetti finemente persuasi (refined Brain-Washing = raffinato “lavaggio del cervello”) e usati come torce umane?

I martiri di fede islamica sono quasi sempre presentati come “pazzi di Allah”, spinti da motivazioni che traggono origine dalla follia o da un allontanamento dal tipo di vita occidentale. Avrebbero problemi di personalità o più semplicemente non riuscirebbero ad integrarsi nella nostra società, non sarebbero moderni e in grado di comportarsi da individui autonomi e responsabili.

Curiosità

Deumanizzazione

La deumanizzazione è la negazione dell’umanità, un processo che introduce un’asimmetria tra chi gode delle qualità prototipiche dell’umano e chi ne è considerato carente. E’ una forma radicale di svalutazione che nel corso della storia ha accompagnato conflitti e stermini.

Secondo il costrutto di disimpegno morale di Bandura, l’azione morale può essere compresa attraverso una prospettiva integrata in cui la persona, il suo comportamento e l’ambiente sono tre fattori reciprocamente dipendenti. La costruzione delle strutture cognitive di autoregolazione della condotta sono fortemente influenzate dall’interazione di questi fattori. Il costrutto di disimpegno morale rappresenta l’insieme dei dispositivi cognitivi interni all’individuo, socialmente appresi e costruiti, che liberano l’individuo dai sentimenti di autocondanna, lesivi per l’autostima, nel momento in cui viene meno il rispetto delle norme. I meccanismi di disimpegno morale descritti da Bandura sono otto: la giustificazione morale; l’etichettamento eufemistico; il dislocamento delle responsabilità; il confronto vantaggioso; la distorsione delle conseguenze; la diffusione di responsabilità; la deumanizzazione; l’attribuzione di colpa.

Peraltro sarebbero degli emarginati, degli esclusi che reagiscono a questa situazione di rifiuto sociale ed economico insorgendo contro la società. Questo può essere vero per una piccola parte dei giovani provenienti dalle periferie, ma la maggior parte dei membri di questa rete non può essere inclusa in questa categoria.

La loro soggettività non è quella di individui emarginati, esclusi o rifiutati dalla collettività. Provengono spesso dal ceto medio e medio-alto e non hanno grandi problemi di integrazione. L’attivista islamico che può diventare un terrorista transnazionale sul modello dell’Is è molto più complesso di quanto si pensi. Ciò contrasta con le definizioni secondo le quali i terroristi sarebbero persone ingenue, rese fragili dalla loro incapacità di inserirsi nella complessità della società contemporanea e, quindi, manipolabili. Anche se queste considerazioni sono in parte vere, non ne colgono i tratti essenziali. Al contrario sono in un certo senso i prodotti del nostro mondo e si pongono come ideale la formazione di una nuova umma (comunità di credenti) transnazionale.

Gran parte della novità di questo fenomeno definito “islamico”, risiede nell’utilizzo ambiguo del repertorio della tradizione religiosa con l’obiettivo di minarla.

Sotto il profilo politico, la violenza dell’attentatore suicida si inscrive in un contesto di rivendicazioni, portate avanti da una comunità o da un gruppo che si sente usurpato della propria autonomia o, nel peggiore dei casi, dello stesso diritto di esistere.

Sotto il profilo storico, l’elemento su cui pare attecchire maggiormente la spinta violenta è la percezione del mancato compimento o dell’eccessivo rallentamento del processo identitario.

Nel caso specifico del terrorismo jihadista, alle motivazioni sopra esposte si affiancano le convinzioni che l’azione violenta costituisca il solo mezzo utile al raggiungimento dello scopo politico prefisso, e che il sacrificio della propria vita costituisca il ritorno ad un modello originario teleologico verso il quale tendere, in cui la violenza è parte integrante dell’interpretazione religiosa. Il concetto di jihad diventa il solo garante dell’ordine e l’unica barriera contro un’interpretazione eccessivamente liberale dei principi fondamentali del pensiero religioso.

Curiosità

Profilo approssimativo del terrorista:

1)Tratti demografici

  • A seconda dei gruppi a) giovani adulti (fino a 24 anni, oppure b) età media intorno ai 34 anni.
  • Giovani adolescenti o giovani adulti (età 15-24 anni)
  • Percentualmente maschio
  • Tasso d’istruzione medio/basso
  • Livello socio-economico generalmente basso
  • Contatto con gruppi violenti
  • Concetto di violenza come stile di vita

2)Tratti di personalità

  • Arrogante
  • Sicuro di sé
  • Sospettoso
  • Freddo/calcolatore
  • Litigioso (anche se spesso forzatamente contenuto)
  • Paranoide
  • Dedicato tuot-court alla propria ideologia
  • Privo di rimorso
  • Capacità di disumanizzazione dell’essere umano
  • Non curante della sorte delle sue vittime
  • Comportamento apparentemente civile e non sospetto
  • A volte possiede alto Quoziente Intellettivo (Q.I.) e modi tendenzialmente raffinati

 

Tipologia secondo i Servizi segreti – USA

Il Servizio Segreto degli Stati Uniti divide i terroristi in vari tipi:

  • Politici ultraconservatori
  • Crociati, con convinzione politica o religiosa
  • Anarchici, con idee politiche e orientamento di estrema sinistra
  • Religiosi
  • Per motivi economici
  • Affetti da paranoia
  • Attivisti antisociali
  • Idealisti

Riferimenti

Bandura A., (1977), Social Learning Theory, Englewood Cliffs, NJ, Prentice-Hall.

Ferracuti F., (1988), Aspetti socio-Psichiatrici del Terrorismo, in Ferracuti F. (Ed), Trattato di Criminologia, Medicina Criminologica e Psichiatria Forense, 9, 219-236, Milano, Giuffrè.

Lucarelli C., Picozzi M., (2003), Serial killer. Storie di ossessione omicida., Milano, Arnoldo Mondadori Editore.

Schechter H., (2003), Furia omicida. Viaggio nel mondo dei serial killer., Milano, RCS Libri.

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