Data del post febbraio 18, 2018 In Criminologia, Pagine di storia Con 636 Visualizzazioni

Il Caso Moro: ancora un mistero dopo quasi quarant’anni.

“Molte delle cose che avvengono, non avvengono nel momento in cui avvengono. Precorrono. Molte delle cose che si devono capire non avvengono proprio nel momento in cui avvengono. Si muovono. E’ il verificarsi di una sorta di onda lunga di strategia e tattica.” – Steve Pieczenik.

“Chi ha fatto la carriera che ho fatto io, non può avere nulla di personale” – Francesco Cossiga

di Ilaria Severini

Negli anni della Guerra Fredda, durante la strategia della tensione, nel bel mezzo del periodo definito “dello stragismo”, accade un fatto che segnerà in maniera indelebile la politica italiana: il sequestro, che portò poi all’uccisione, di Aldo Moro.

Quello di Moro è ancora un caso irrisolto, tante versioni sono state raccontate, tante interpretazioni sono state date e tante storie narrate, ai limiti del complottismo più efferato. Ma qual è la verità? Di fatto, dopo 38 anni dalla strage di via Fani, ancora non è stata fatta luce su questo tragico episodio; le modalità dell’agguato, i dettagli operativi, le circostanze precedenti e successive all’agguato, le responsabilità dei componenti del gruppo di fuoco terroristico, l’eventuale presenza di altre componenti esterne alle BR o di connivenze e aiuti esterni, sono tutti aspetti ampiamente dibattuti in sede processuale, parlamentare e pubblicistica, ma rimangono tutt’oggi oggetto di discussioni e dubbi.

La mattina del 16 marzo 1978 Aldo Moro e gli uomini della sua scorta subirono un attentato all’altezza di via Fani a Roma. Tutti gli uomini della scorta furono brutalmente uccisi e l’allora presidente della Democrazia Cristiana fu preso in ostaggio. Dopo poche ore, l’attentato fu rivendicato dalle Brigate Rosse.

Obiettivo delle BR era quello di mettere in atto un “attacco al cuore dello Stato”per incidere direttamente sulla vita politica nazionale, minare la solidità della Repubblica democratica e propagandare la lotta armata. Per perseguire tale scopo, fu svolta “un’inchiesta” da parte dei brigatisti su quattro personaggi politici: Berlinguer, Andreotti, Moro e Fanfani. La scelta dell’obiettivo fu in parte legata a considerazioni sulle difficoltà operative dell’eventuale azione; un attentato ad Andreotti, Presidente del Consiglio, o a Fanfani, Presidente del Senato, avrebbe presentato problemi insormontabili a causa della forte protezione di cui disponevano per i loro incarichi istituzionali. Berlinguer fu scartato perché, nonostante fosse il loro “nemico giurato”, volendo le BR far parte del Partito Comunista, non potevano rapire e uccidere il più alto esponente. Quindi Moro risultava il più “facile” da rapire, anche se in seguito Moretti affermò che in realtà fin dall’inizio l’onorevole, per la statura politica, fu il vero obiettivo delle BR a Roma.

Analizzando i fatti della Strage di via Fani, la prima incongruenza che salta agli occhi è sicuramente la mancata risposta degli uomini della scorta di Moro. Francesco Cossiga, in un’intervista rilasciata proprio in merito a questo tragico fatto di cronaca, dichiara che lo Stato italiano fu colto di sorpresa, di conseguenza anche gli uomini della scorta si trovarono inermi di fronte all’agguato. A testimonianza di ciò, il fatto che le armi lunghe degli agenti addetti alla difesa dell’onorevole, furono rinvenute nel bagagliaio dell’auto. Ma com’è possibile che nessuno abbia avuto sentore di un fatto così gravoso?

Il primo fattore che ha sicuramente influito sull’impreparazione dello Stato, è stato la demolizione dei servizi d’informazione e sicurezza. Poco tempo prima, infatti, furono portate avanti dal KGB due operazioni per demolire i servizi e la forza di polizia da loro ritenuta più importante, l’Arma dei Carabinieri, attraverso il Piano Solo e la P2. Il terzo tentativo messo in atto dai sovietici, fu nei confronti di Berlinguer, che, nonostante fosse a capo del Partito Comunista Italiano, non rispettava gli ideali che secondo l’Unione Sovietica erano alla base del partito stesso: Berlinguer veniva da una famiglia facoltosa, non faceva parte del “popolo”.

Indubbiamente la demolizione dei servizi d’informazione e sicurezza rese lo Stato più debole e impreparato di fronte ad atti di terrorismo. In effetti, come afferma Cossiga, ci fu un avvertimento da parte del Ministro degli interni britannico Roy Jenkins: poco tempo prima dei fatti di via Fani, durante una riunione segreta in un castello del Lussemburgo, il ministro parlò di una ventata di terrorismo che sarebbe arrivata di lì a poco. Ma il terrorismo a cui tutti pensavano, era un terrorismo di massa. Furono difatti creati reparti speciali: i NOCS per la Polizia di Stato e i GIS per l’Arma dei Carabinieri.

Riguardo alla possibilità di infiltrazioni da parte del KGB all’interno delle BR, Cossiga afferma che queste erano un fenomeno tutto italiano. Secondo lui le BR non furono strumentalizzate dall’Unione Sovietica per intralciare il compromesso storico: il compromesso sarebbe stato comunque, agli occhi dei russi, un modo per attenuare alcuni aspetti della nostra politica atlantica.


Compromesso storico
Strategia politica elaborata e sostenuta, tra il 1973 e il 1979, dal Partito Comunista Italiano, in seguito alla riflessione compiuta dal segretario Berlinguer. Tale strategia si fondava sulla necessità della collaborazione e dell’accordo fra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolico-democratica, al fine di dar vita ad uno schieramento politico capace di realizzare un programma di profondo risanamento e rinnovamento della società e dello Stato italiani, sulla base di un consenso di massa tanto ampio da poter resistere ai contraccolpi delle forze più conservatrici.

E quali erano le richieste delle BR per il rilascio di Aldo Moro?Il 16 marzo 1978 iniziano 55 giorni che indubbiamente cambiano la storia e la politica italiana.

La loro condizione era il riconoscimento dal punto di vista politico, in modo da poter aggirare ed escludere il partito imborghesito di Berlinguer.

Anche se dal punto di vista militare l’Italia era sicuramente debole in quel periodo, tutto il possibile fu fatto dalle Forze dell’Ordine per cercare il posto in cui l’onorevole Moro era tenuto prigioniero e liberarlo. Strategicamente, Roma fu divisa in tanti piccoli quadrati accuratamente setacciati. Questo portò le BR a sentire una reale minaccia e ad accelerare la trattativa. Nonostante tutte le forze messe in campo, secondo Cossiga, non si è mai arrivati veramente vicini alla liberazione di Moro.

L’onorevole durante i giorni di prigionia intuì quali potessero essere le richieste e le reali motivazioni per cui le BR avevano compiuto un gesto così eclatante. Nelle lettere scritte durante i 55 giorni di detenzione infatti cedette progressivamente ad un loro riconoscimento a livello politico.

Di fronte alla domanda se tale vicenda fosse potuta finire diversamente, Cossiga risponde: “Se avessimo trattato e avessimo riconosciuto soggettività politica alle BR, sarebbe certamente saltato il compromesso storico, Moro sarebbe uscito e avrebbe guidato una crociata anticomunista, però avremmo sfasciato le Forze di Polizia che non avrebbero più creduto al potere politico. Questo perché nell’agguato erano morti cinque uomini della scorta, e la moglie di uno di questi aveva minacciato di darsi fuoco davanti a Piazza del Gesù, se noi avessimo portato avanti la trattativa.”

Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro ha cambiato la storia dell’Italia? Se sì, come? Secondo Cossiga sicuramente “l’ha cambiata perché ha interrotto il compromesso storico, perché Berlinguer non credeva alla Democrazia Cristiana, ma solo ad Aldo Moro. Dopo la sua uccisione, dopo aver perso le elezioni, in cui vinse la DC, perché partito del martire, e perché nell’immaginario collettivo le BR non erano verdi o bianche, ma erano rosse, Berlinguer compì due errori: aver fatto il compromesso storico troppo in fretta e averlo finito altrettanto di fretta.”

Questa è la versione ufficiale sostenuta da Francesco Cossiga, l’allora Ministro degli Interni.

Ma altre versioni e storie diverse sono raccontate da altri protagonisti e da documenti desecretati riguardanti la vicenda.

Un altro personaggio intervenuto nella vicenda Moro è Steve Pieczenik, l’uomo più ricercato dalla prima commissione d’inchiesta per il Caso Moro, ma da cui lui non si è mai fatto trovare e con cui non ha mai voluto parlare.

Pieczenik ufficialmente è stato un consulente inviato a Roma dal Segretario di Stato americano Bens che nei 55 giorni del rapimento è stato costantemente al fianco di Cossiga, il quale, al suo arrivo, gli confidò che il paese era paralizzato e che non avrebbero potuto contare su un apparato di sicurezza efficiente: non c’erano risorse umane e tecnologiche per trovare Moro.

Steve Pieczenik arrivò in Italia 5/7 giorni dopo la strage di via Fani, avendo carta bianca sulla linea da tenere. L’America non era preoccupata delle informazioni scottanti che Moro avrebbe potuto rivelare ai terroristi, non volevano neanche un rapporto sulle implicazioni per la sicurezza nazionale, o su quello che Aldo Moro rappresentava o su cosa sarebbe successo se fosse morto o meno; Pieczenik doveva analizzare la situazione e risolverla nel modo che lui riteneva più opportuno. Il consulente americano, in un’intervista rilasciata ad un giornalista italiano, conferma che le forze dell’Ordine italiane nonostante le ricerche messe in atto, non avevano idea di dove si trovasse la prigione di Moro. Secondo lui le BR agirono da sole e se ne trova conferma nelle interviste in seguito rilasciate da alcuni brigatisti. Lavorando quotidianamente al fianco di Cossiga si rese conto che il ministro aveva ben capito che il problema non era solo legato alla persona Moro, al quale egli era personalmente legato, ma aveva capito che si trovava ad affrontare una vera e propria crisi dello Stato. Avrebbe dovuto stabilizzare l’Italia.

Nel paese in quegli anni c’erano continue proteste, si sparava ai giudici, c’erano morti in continuazione. Il paese viveva una paralisi. Anche l’economia viveva una situazione di estrema incertezza. Si temeva il crollo dell’economia. Non c’era stabilità politica dal momento che la Democrazia Cristiana era totalmente paralizzata. Dal punto di vista psicologico lo Stato viveva in una condizione di terrore. Tutti concordavano sul fatto che se i comunisti fossero arrivati al potere e la DC avesse perso, si sarebbe verificato un effetto valanga, gli italiani non avrebbero più controllato la situazione. Gli Stati Uniti avevano un preciso interesse in merito alla sicurezza nazionale, soprattutto per l’Europa del Sud.

Questa è l’analisi che Pieczenikfece al suo arrivo in Italia. Si domandò: di cosa ho bisogno? Fece riferimento ad un concetto utilizzato anche nell’esercito, lo Schwerpunkt (baricentro); qual è il centro di gravità che al di là di tutto è necessario per stabilizzare l’Italia? A suo giudizio quel centro di gravità si sarebbe creato sacrificando Aldo Moro, evitando a tutti i costi che i comunisti prendessero il potere. Lui era a conoscenza del compromesso storico con il quale i comunisti sarebbero arrivati al potere, ma la riteneva una cosa di poca rilevanza. La figura chiave era rappresentata da Berlinguer: anche lui non vedeva nessuna possibilità di trattativa.  A Pieczenik non restava altro che convincere la DC a prendere una posizione che fosse sostanzialmente identica a quella del PCI, così da non farlo più apparire come il partito più deciso e irremovibile.

Il consulente americano analizzò insieme al ministro Cossiga le lettere inviate da Moro durante i 55 giorni di prigionia. Inizialmente il presidente non dava riferimenti sul luogo della sua detenzione e non vi erano indizi che facessero pensare ad un suo cedimento. Nell’ottava o nona lettera la situazione iniziò a cambiare. La personalità di Moro stava cambiando. Si percepiva la disperazione di un individuo che con il passare dei giorni aveva paura verso i suoi stessi compagni di partito. Lui voleva restare vivo e per questo era pronto a minacciare lo Stato, il suo stesso partito e i suoi amici. Visto questo, Pieczenik si rese conto che Moro si stava trasformando in un peso e non in un bene da salvaguardare. Non per le informazioni riservate che avrebbe potuto rivelare ai brigatisti, ufficialmente questo non era il compito per cui Pieczenik era stato mandato in Italia, lui non si preoccupava degli interessi che riguardavano l’Italia o l’America, non era la longa manus della politica estera americana, lui si definisce una sorta di ospite che cercava di dare un aiuto in quel frangente specifico. Una persona competente nel trattare le situazioni di crisi. Per questo sconfessò Moro, dicendo che “la persona che scrive non è Aldo Moro, è impazzito, lo hanno drogato, è vittima della sindrome di Stoccolma”.

Per poter incidere su una situazione di crisi fu “costretto” a sminuire il valore della posizione dell’ostaggio, per questo suggerì a Cossiga di dire pubblicamente “quello che scrive non è Aldo Moro”.

Riguardo al coinvolgimento del Vaticano nel caso Moro, Pieczenik lo definisce “disponibile”. Venne usato in maniera trasversale, perché le informazioni di cui poteva disporre non sarebbero mai potute provenire dalla CIA. Il Vaticano raccolse molti soldi per la liberazione di Moro, ma tale iniziativa venne bocciata perché in quel momento si stavano chiudendo tutti i canali per cui Moro potesse essere rilasciato. Non era una questione che riguardasse Moro in quanto uomo. La posta in gioco erano le BR e il processo di destabilizzazione dell’Italia.

Il 18 aprile, in seguito alla scoperta di uno dei covi delle BR, venne diffuso il falso comunicato attribuito ai brigatisti in cui si diceva che il corpo di Aldo Moro si trovava in fondo al Lago della Duchessa. Questa strategia fu attuata in accordo con Cossiga, perché il popolo italiano fosse preparato alla morte di Moro. Inoltre con quella dichiarazione le BR sarebbero state costrette a dire che Moro sarebbe stato rilasciato; cosa che a detta dell’americano avrebbero fatto “se fossero stati intelligenti”. Oppure sarebbero stati costretti ad ucciderlo. Comunque sarebbe stato il colpo di grazia. In un’intervista Cossiga nega di aver dato l’ordine di divulgare il falso comunicato della Duchessa dicendo che non era opera dei servizi segreti, ma di delinquenti locali. Pieczenik risponde che l’iniziativa fu sua e aggiunge “se Cossiga dice questo, va bene così”.

La reazione dell’Italia al falso comunicato del lago della Duchessa fu quella calcolata: si stava convincendo tutto il governo, non solo Cossiga. All’interno della DC non era stato fatto niente e il popolo manifestava dolore. Era necessario che l’opinione pubblica italiana demolisse ogni forma di legittimazione delle BR.  Di fronte a quella provocazione i brigatisti avrebbero dovuto liberare Moro, invece si infognarono nella loro stessa trappola: volevano apparire spietati e Pieczenik fece sì che diventassero tali. Lui definisce questa tattica “del terrore e controterrore: mi servii del terrore proprio per stroncare il terrore stesso che loro stavano disseminando”.

Di fronte alle parole del Papa “liberate Moro senza condizioni”, Pieczenik ne prende le distanze dichiarandosi contrario a tale affermazione. “Senza condizioni” significava che tutta quella vicenda di terrorismo si sarebbe tradotta in realtà in una forma di legittimazione, ovvero era come ammettere che fosse possibile utilizzare il terrore per paralizzare il paese.

Lo scopo di Pieczenik fin dal suo arrivo non fu mai quello di salvare Moro, lui arrivò in Italia, si fece un’idea della situazione e capì subito che la vita di Moro non era importante quanto la stabilizzazione dell’Italia. Questo fu a lui subito chiaro, ma Cossiga se ne rese conto solo nelle ultime settimane. Il problema era dato dalle BR e dallo stato di destabilizzazione in cui si trovava l’Italia, Moro sarebbero stato il fulcro da sacrificare, intorno al quale ruotava la salvezza dello Stato italiano.

Pieczenik ripartì dall’Italia a fine aprile dopo aver capito, in seguito alla vicenda del lago della Duchessa, l’incompetenza delle BR messe ormai con le spalle al muro. La morte era inevitabile. Nessun rimpianto. Il suo compito era quello di stabilizzare l’Italia e ritenne di averlo fatto. Non era lui ad ordinare cosa fare, era Cossiga a dare gli ordini. Ha fatto del suo meglio per disinnescare il fenomeno del terrorismo.

Una versione molto diversa è data da Ferdinando Imposimato, che fu giudice istruttore per il Caso Moro, il quale enuncia fatti e verità differenti da quelle dette da Cossiga.

Secondo l’ex magistrato, infatti, il generale Dalla Chiesa scoprì il luogo della prigione di Moro addirittura a quattro giorni di distanza dalla strage di via Fani. Dalla Chiesa, pronto a fare irruzione con gli uomini del GIS per liberare l’onorevole Moro, il 7 maggio ricevette l’ordine di bloccare l’operazione da due uomini politici, Andreotti e Cossiga. Ma perché si lasciò convincere? Cossiga disse lui che se avesse fatto irruzione, Moro sarebbe morto nel conflitto a fuoco. E chi si sarebbe preso la responsabilità della sua morte? Dalla Chiesa parlò della scoperta del luogo dove era tenuto Moro con il giornalista Pecorelli, appartenente alla P2, non specificando ovviamente il luogo esatto. Secondo Imposimato, fu proprio quell’articolo che condannò il giornalista, Moro e Dalla Chiesa.


Carmine (Mino) Pecorelli
La sera del 20 marzo 1979Mino Pecorelli fu assassinato da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola in Via Orazio a Roma, poco lontano dalla redazione del giornale da lui stesso fondato. I proiettili calibro 7.65 ritrovati nel corpo del giornalista, sono molto particolari, perché difficili da reperire anche nel mercato clandestino. Proiettili dello stesso tipo sarebbero in seguito stati trovati nell’arsenale della banda della Magliana. Varie le ipotesi dei mandanti. Nel 1993, il pentito Tommaso Buscetta, parlò per la prima volta dei rapporti tra politica e mafia e raccontò di aver saputo che l’omicidio Pecorelli sarebbe stato compiuto nell’interesse di Giulio Andreotti. La magistratura aprì un fascicolo sul caso. Nel 2002 Andreotti venne condannato a 24 anni di reclusione come uno dei mandamenti dell’omicidio. Nel 2003 la Corte di Cassazione annullò senza rinvio la condanna inflitta in appello a Giulio Andreotti, affermandone l’innocenza

P2 (Propaganda due)
Loggia massonica aderente al Grande Oriente d’Italia (GOI).
Fonata nel 1877 con il nome di Propaganda massonica, assunse forme deviate rispetto agli statuti della massoneria ed eversive nei confronti dell’ordinamento giuridico italiano, nel periodo della sua conduzione da parte dell’imprenditore Licio Gelli. La P2 fu sospesa dal GOI il 26 luglio 1976; in seguito, la Commissione Parlamentare d’inchiesta Anselmi ha concluso il caso P2 denunciando la loggia come una vera e propria “organizzazione criminale” ed “eversiva”. Fu sciolta con un’apposita legge, la n. 17 del 25 gennaio 1982.

Quando Imposimato scrisse in uno dei suoi libri della scoperta della prigione di Moro a distanza di pochi giorni dal suo rapimento, rendendo noto il luogo, alcuni appartenenti alle Forze dell’Ordine si resero conto di essere stati sotto la prigione per degli appostamenti. Inoltre, gli agenti rivelarono che attraverso l’appartamento sovrastante il covo, vennero inseriti anche microfoni per le intercettazioni. Gli uomini non sapevano della presenza all’interno dell’onorevole, ma erano solo a conoscenza che quello poteva essere il covo delle BR. Anch’essi confermano di aver ricevuto l’ordine in data 7 maggio di non intervenire.

Riguardo alla figura di Steve Pieczenik, l’ex magistrato parla di un documento ritrovato, scritto dal consulente americano a Francesco Cossiga, in cui venivano fatte le seguenti raccomandazioni:

  • Isolare la magistratura che non deve fare accertamenti;
  • Isolare la famiglia Moro perché non si metta in contatto con nessuno;
  • Disinformare la stampa dando notizie false per far credere che Moro sia drogato e non affidabile.

A detta di Imposimato i possibili moventi per il rapimento di Aldo Moro sono molteplici:

  • Il KGB era interessato alla morte di Moro. L’onorevole fu seguito da un agente dei servizi segreti russi per quattro mesi, a sua volta pedinato dai servizi segreti italiani. A distanza di venti anni si è scoperto che era un generale del KGB. Ma quale interesse aveva il KGB riguardo alla morte di Moro? L’Unione Sovietica non poteva accettare il compromesso storico perché in disaccordo con la politica portata avanti da Berlinguer. Quest’ultimo aveva già subito un attentato di matrice russa a Sofia nel 1973 in occasione di una visita nella città.
  • Moro aveva realizzato il compromesso storico con Berlinguer. Questo non andava bene agli americani.
  • Ambizioni personali di Cossiga e Andreotti. Moro era il probabile candidato alla Presidenza della Repubblica e sarebbe stato sostenuto dai comunisti, socialisti e parte della DC.

Il movente principale secondo l’ex magistrato, resta comunque quello che Cossiga e Andreotti volessero eliminare un concorrente. Dopo l’uccisione di Moro, Cossiga divenne Presidente della Repubblica. A conferma di questo, la linea della fermezza, che prevedeva di non cedere alle richieste delle BR: questo avrebbe avuto valore se il luogo dove Moro era tenuto ostaggio fosse stato sconosciuto, ma considerando che il sito era noto alle Forze dell’Ordine, l’intervento armato era d’obbligo.

Anche Imposimato concorda nel dire che la vicenda è stata indubbiamente portata avanti dalle BR, ma Moro è stato vittima di un complotto politico messo su da Andreotti, Cossiga e Gladio,  di cui facevano parte uomini della P2. Gladio ha continuato ad esistere fino alle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Documenti desecretati riguardanti Gladio.

Un’altra versione della storia raccontata dal giornalista Giovanni Fasanella nel suo libro “Colonia Italia”, parla delle interferenze del Regno Unito sull’Italia: più precisamente degli interessi che il Regno Unito aveva nel mediterraneo e quindi per il nostro paese. Fin dal Risorgimento la Gran Bretagna controlla il nostro paese. Con la fine della seconda guerra mondiale, che ci vede nelle fila dei paesi sconfitti, Inghilterra e USA hanno visioni diverse sul ruolo dell’Italia: per la prima siamo a tutti gli effetti un paese sconfitto, quindi soggetto a vincoli; per i secondi ci siamo auto-liberati dal fascismo.

Il Regno Unito adotta una politica di controllo quasi assoluto sulla nostra informazione. Utilizza stampa, giornali, intellettuali per orientare l’opinione pubblica e tentare di condizionare le scelte politiche dei partiti e dei governi. La vera “lotta” del Regno Unito nei confronti dell’Italia riguarda soprattutto il controllo energetico e si intensifica in seguito alla nuova politica di scambio portata avanti da Enrico Mattei. Tale politica verrà ripresa da Aldo Moro. Da alcuni documenti inglesi desecretati, si apprende che nel 1976 ci fu un tentativo di colpo di Stato progettato nei primi sei mesi di quell’anno, proprio per bloccare la politica di Moro. Il progetto sembrerebbe essere stato sottoposto al vaglio dei tedeschi, francesi e americani. Solo i francesi diedero il loro consenso, mentre i tedeschi e gli americani si mostrarono scettici per paura di una reazione che avrebbe portato ad un bagno di sangue. Gli inglesi abbandonarono il piano. Da un altro documento, sempre di matrice inglese si legge: “visto che non è possibile mettere a segno un colpo di Stato classico per opposizione di Germania e Stati Uniti, passiamo al piano b”. Di seguito è possibile leggere solo il nome di una eventuale contromossa: “Appoggio ad una diversa azione sovversiva per bloccare Aldo Moro”. Quale potesse essere questa diversa azione non è possibile saperlo, visto che quella parte di documento è tutt’ora secretata.

La domanda quindi da porsi secondo questa visione va oltre il caso Moro e arriva fino ad oggi: il ruolo dell’influenza britannica sull’opinione pubblica italiana è ancora attivo?

Secondo Fasanella, ad oggi il controllo britannico sul nostro paese è ancora più forte perché è venuta a mancare, è stata distrutta, quella classe dirigente che si opponeva, che aveva una visione dell’interesse nazionale e si opponeva al dominio britannico nel nostro paese. Adesso abbiamo un ceto politico fragile, debole e succube. Sempre a detta del giornalista, la classe politica della prima Repubblica era sì corrotta, ma a capo di un sistema bloccato.

Sulla vicenda Moro ancora molti sono i dubbi. L’unica cosa che accomuna tutte le interpretazioni è che indubbiamente l’Italia in quel periodo viveva una fase di destabilizzazione. Era un paese da stabilizzare. Molti possono essere i motivi che hanno portato al rapimento e alla morte dell’onorevole Aldo Moro, da quelli personali, a quelli più profondamente patriottici. A distanza di quasi quarant’anni, possiamo dire che la vicenda Moro è servita per destabilizzare e stabilizzare l’Italia? La morte di Moro ha salvato una nazione? Non sta a noi vedere la vicenda da un punto di vista etico e porci la seguente domanda: è giusto uccidere un uomo per salvare una nazione? Sacrificarne uno per salvarne milioni…

 

Approfondimenti
https://www.youtube.com/watch?v=SNQuUiwA5mQ&list=PLItcb-rDSqrRLyHCQL5Eooh2Qi68kQF9E
 https://www.youtube.com/watch?v=H6T_uMAEaPA&index=8&list=PLItcb-rDSqrRLyHCQL5Eooh2Qi68kQF9E
https://www.youtube.com/watch?v=yE81l3449rg&index=5&list=PLItcb-rDSqrRLyHCQL5Eooh2Qi68kQF9E
https://www.youtube.com/watch?v=b6s9plUPaeM&index=2&list=PLItcb-rDSqrRLyHCQL5Eooh2Qi68kQF9E
 Bibliografia
Imposimato F., (2013), I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera, Roma, Newton Compton Editori.
CereghinoM.J., Fasanella G., (2015), Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra, Milano, Chiare lettere Editore.
Cossiga F, Cangini A., (2010), Fotti il potere. Gli arcana della politica e dell’umana natura, Correggio, Compagnia Editoriale Aliberti.

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